“Scrivere ti migliora la vita” di Marco Ronchetto su “Ok Salute”

Articolo su “Ok Salute” dell’aprile 2018.

Due milioni e 150mila italiani, secondo l’Istat, si sono seduti a una scrivania per scrivere o almeno tentare di scrivere un romanzo, un racconto, un saggio o una poesia. Senza contare i 34 milioni di connazionali che scorrazzano tra i vari social network (report di We are social). Poi ci sono gli adepti delle chat: i 22 milioni di utenti di WhatsApp, i 15 di Messenger, gli 8 di Skype, i 3,5 di Telegram e così via, stando alle stime dell’esperto di social media Vincenzo Cosenza. Insomma, «oggi scrivere sembra una necessità collettiva, mai abbiamo scritto così tanto», conferma Elisabetta Bucciarelli, autrice di Scrivo dunque sono. Trovare le parole giuste per vivere e raccontarsi (Ponte alle Grazie, 2014) e conduttrice di laboratori di scrittura espressiva. «Le stesse comunicazioni orali stanno venendo sostituite da quelle scritte». E poco importa se le nostre opere verranno pubblicate e diverranno bestseller: scrivere fa bene, alla mente e al corpo. Come già ben sapevano i nostri antenati: «A partire dall’Antica Grecia, la scrittura ha rappresentato un conforto naturale per l’anima, di grande beneficio sul benessere psicofisico», spiega la psicologa e psicoterapeuta Michela Pavanetto.

«Da sempre, quindi, è un atto consolatorio e di grande potere benefico in grado di sostenere le persone in momenti particolarmente delicati della propria vita». In poche parole: la scrittura, aiutando a fronteggiare la difficoltà di gestire le emozioni e a liberare pensieri che inibiamo persino a noi stessi, ha un potere terapeutico.
«La scrittura aiuta a elaborare la sofferenza, nei suoi diversi gradi e a superare quei traumi che molti si portano sul proprio corpo come stigmate, a risolvere conflitti radicati nella cattiva gestione dell’affettività e, infine, a riconoscere e superare vecchi e nuovi sensi di colpa», interviene Sonia Scarpante, presidente dell’associazione La cura di sé e autrice di Parole evolute.
Un richiamo alle parole della scrittrice cilena, naturalizzata statunitense, Isabel Allende, che ricorda come il libro in cui ripercorre la malattia e la morte della figlia, Paula (Feltrinelli), «mi salvò la vita. La scrittura è una lunga introspezione, è un viaggio verso le caverne più oscure della coscienza, una lenta meditazione». Gli eventi dolorosi – «nodi» in linguaggio tecnico – sono, infatti, immagazzinati nel nostro cervello e, finché non vengono elaborati, mantengono tutte le caratteristiche cognitive ed emotive traumatiche del momento in cui sono accaduti. Ma per arrivare a questo, concordano Pavanetto e Scarpante, «il primo importantissimo passo da fare è accettare se stessi, perdonarsi e amarsi. In questa chiave, la scrittura terapeutica è una disciplina introspettiva tendente all’auto-cura per quella componente antidepressiva e antistress che contiene. Una forma di ricerca, che, paradossalmente, quanto più scava nell’interiorità, tanto più apre un modo nuovo di intendere se stessi e le relazioni intraprese o perfino la realtà da affrontare».

Mettere su carta emozioni e pensieri – un metodo che cattura maggiormente la nostra attenzione rispetto al parlato – risulta, in effetti, un meccanismo per fare chiarezza e avere un altro punto di vista sugli eventi che è utile al nostro equilibrio, portandoci spesso a scoprire risorse nascoste. «Scrivere (e leggere) è mettere in comunicazione il mondo conscio con quello inconscio in un turbinio che si muove incessantemente verso il profondo», sottolinea Antonio Pepoli, psicologo e psicoterapeuta presso l’Azienda Ospedaliera S. Antonio e Biagio e C. Arrigo di Alessandria. «La creatività che è in ciascuno di noi, spesso sopita dal quotidiano, dal banale, dal convenzionale, emerge e si eleva al di là di un talento innato, al di là di uno specifico esercizio».

I benefici psicologici derivanti dall’esprimere le emozioni in forma scritta hanno effetti anche sulla salute fisica. Lo hanno dimostrato gli esperimenti dello psicologo statunitense James Pennebaker e di alcuni suoi colleghi su un campione di studenti: ad alcuni, nel 1983, era stato chiesto di scrivere quotidianamente per 15 minuti per quattro giorni consecutivi loro esperienze traumatiche, agli altri di argomenti privi di rilevanza personale. Ebbene, i primi, terminata la confessione, si sentivano malissimo, ma dopo cinque mesi e mezzo le cure ambulatoriali da loro richieste risultavano drasticamente diminuite – anche del 50% – rispetto a quelle dei due mesi e mezzo precedenti il test. Cinque anni dopo la ripetizione della prova su 50 studenti, intenti a scrivere 20 minuti al giorno per i soliti quattro giorni, fu accompagnata da esami del sangue sui soggetti, che, nel confermare i risultati, evidenziarono un più intenso funzionamento del sistema immunitario.

Gli effetti positivi della scrittura si registrano, però, anche in chi è affetto da malattie. In questo caso è una «terapia coadiuvante», come la definisce Pavanetto, «da prescrivere accanto a quella farmacologica per il valido aiuto psicologico che fornisce al paziente».

Continua a leggere l’articolo nella sua versione intergrale nel PDF allegato.

ALTRI ARTICOLI dal blog