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Una riflessione sulla scrittura autobiografica di Michela Pavanetto

Una riflessione sulla scrittura autobiografica di Michela Pavanetto - La cura di sé

I corsi di scrittura autobiografica sortiscono degli effetti terapeutici davvero strabilianti.

Ma cosa succede nel nostro cervello quando scriviamo di noi, dei nostri disagi o difficoltà? E soprattutto perché dopo aver scritto la sensazione globale è di benessere?

L’aspetto interessante su cui riflettere è che l’osservabile e il percepibile dai nostri sensi riflette senza dubbio dei correlati neurobiologici cerebrali. Ogni nostro pensiero e ogni nostra emozione, infatti, è chimica e biologia! La spiegazione del funzionamento terapeutico dello scrivere è dunque da cercare proprio a livello “fisico” !

Tanto per precisare le Neuroscienze insegnano che le informazioni sono immagazzinate nel nostro cervello tra le cosiddette reti mnestiche, una maglia intricata che contiene ricordi piacevoli, neutri e anche disturbanti, fino a quelli traumatici veri e propri o come a volte preferiamo dire “nodi”.

Nel linguaggio comune il “nodo” è un evento doloroso che mantiene tutte le caratteristiche cognitive ed emotive traumatiche del momento o periodo in cui è accaduto. È dunque una questione non risolta, non utile e disfunzionale perché fa male come allora. Manca di elaborazione, è come se fosse imprigionata tra le reti neurali creando solo disturbo.

Gli stimoli dati, i temi, dunque, di volta in volta proposti dal conduttore del corso durante l’incontro di scrittura, attivano le nostre reti mnestiche, e fanno risvegliare le informazioni lì incamerate. Come in una caduta potente e veloce di un dòmino essi raggiungono i nostri “nodi” e vanno a toccare tutte quelle situazioni simili e legate dallo stesso tipo di stato emotivo. Ecco quindi che lo stato emotivo del presente si aggancia a quello simile di un ricordo del passato, liberandolo dall'isolamento. È capitato a tutti noi di sentire un profumo che ci rimanda ad una circostanza antecedente e forse dimenticata. La sensazione e l'emozione che elicita quel profumo è la stessa provata in un altro momento e nel presente ecco che riviviamo e facciamo rivivere una situazione del passato.

Il tirar fuori dall'isolamento mentale e cognitivo tali ricordi da troppo tempo “congelati” e racchiusi nelle reti neurali pare che sia utile per il nostro equilibrio e per una sana  e funzionale integrazione tra il livello somatico, emotivo e cognitivo.

Lo scrivere è inoltre una modalità diversa dall'usuale per accedere alle memorie e permette di materializzare sul foglio emozioni e pensieri, un meccanismo per fare chiarezza e per sistemare proprio quelle esperienze spiacevoli immagazzinate in modo confuso e disfunzionale.

Si sa anche che la tecnica psicoterapeutica conosciuta con il nome di “Esposizione” avvia il processo di cambiamento con esiti positivi sul piano psicologico.Il solo fatto di “esporsi”, appunto, a ricordi, emozioni, immagini e pensieri porta ad avere un altro punto di vista sulle cose e spesso tutto ciò sfocia nel riconoscimento di risorse nascoste e in una evoluzione personologica.

L' Esposizione, poi, avviene rapidamente perchè la scrittura cattura molto di più la nostra attenzione rispetto a quando parliamo e condividiamo verbalmente. Anche questo forse è il motivo per cui velocemente facciamo associazioni con i nostri nodi, tanto da riuscire a vederli da una prospettiva alternativa fino a formulare valutazioni cognitive di sé più positive. Il modello della psicoterapia cognitiva comportamentale postula che avere un punto di vista differente delle situazioni significa anche elaborazione, integrazione, cambiamento quindi.

Un’altra interpretazione sul meccanismo del buon funzionamento della scrittura la si può fare ipotizzando che venga coinvolto il “centro del piacere”.  Anatomicamente la zona si può collocare nei dintorni del Sistema Limbico. La stimolazione diretta di determinati circuiti nervosi di tale Sistema porta alla generazione di sensazioni piacevoli. L'idea è quella che lo scrivere vada ad attivare tali circuiti, e che la sensazione gradita che ne deriva funga da rinforzo per ripetere e perseguire l'azione. Si spiegherebbe così il motivo per cui è poi difficile abbandonare l'abitudine di scrivere. Diventa una sorta di dipendenza. Per fortuna sana!

Infine rifletterei sul fatto che il corso venga fatto in gruppo. Il gruppo potenzia sostiene e contiene. Ancora, il gruppo presenta delle peculiari caratteristiche che favoriscono lo sviluppo di relazioni, la nascita di legami identificativi, la creazione di una cultura comune e potenti meccanismi trasformativi. Più volte è stato sottolineato come il gruppo non sia la semplice somma degli individui che lo compongono. Ne consegue che i gruppi possiedono capacità curative che vanno ben oltre il superamento del senso di alienazione, dell’isolamento sociale e della possibilità di condividere il proprio disagio con altre persone.

Lo scrivere e il condividere in gruppo è un altro ingrediente miracoloso chegarantisce il successo della scrittura terapeutica!

 

Michela Pavanetto

Psicologa

Psicoterapeuta

Psiconcologa

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