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La salute e le parole

La salute e le parole - La cura di sé

L’abuso di parole di guerra nella narrazione della pandemia.

          Chiedo scusa, sapendo quanto è complessa la situazione e quante urgenze ci sono, ma proprio ora, proprio qui, quando siamo tutti incredibilmente spaesati, risucchiati da eventi catastrofici, avverto il bisogno di esprimere un mio pensiero frutto di un’esperienza diretta. Nel corso di una trasformazione epocale, caratterizzata dalla accelerata mutevolezza e da una sorprendente ibridazione tecnica, quindi culturale e probabilmente corporea, verifichiamo l’irrompere della prepotenza della natura, la potenza realmente dominante che nella sua dimensione virale sta trasfigurando il nostro vivere abituale.

          Promuovere la salute può significare anche fare chiarezza, essere chiari, cercare di prevenire ogni “fare macello” che facilmente degenera in malattia: le parole contano, pur nella loro ambivalenza tra il significato del codice condiviso, dato dal piano simbolico, e il senso che lo avvolge, dato dal piano immaginario e dal suo moto affettivo.

    La parola  guerra, con cui narriamo l’emergenza pandemica del nuovo virus che sta trasformando in tragedia questi nostri tempi, ha, nella sua etimologia, un valore razionale e “scientifico”, ha inoltre un valore irrazionale ed emotivamente generato che ne delinea il quadro immaginario e affettivo, un quadro che può scatenare comportamenti incontrollati, come, ad esempio, l’irrefrenabile bisogno di correre proclamando razionalmente la buona pratica del “#iostoacasa”.

          Da Etimoitaliano: la parola guerra si ricollega al termine tedesco werra che esprime l’idea di mischia, del groviglio, dello scontro disordinato in cui si avviluppano i combattenti in un vero e proprio “macello”. Questa modalità di combattimento, tipico delle popolazioni germaniche antiche, si contrapponeva al bellum, modalità di combattimento ordinato tipico dei Romani. Quest’idea di confusione, di disordine, di aggrovigliamento di corpi che provano a distruggersi l’un l’altro la dice lunga sulla guerra, evidenziando come essa comporti, nella maggior parte dei casi, l’eclisse totale di ogni barlume di umanità(Vittorio Daniele)

          La parola guerra ha nella sua radice l’immagine di “corpi che provano a distruggersi l’un l’altro”, infatti quando abbiamo come riferimento questo termine il nostro pensiero si lascia informare dall’idea di dover cacciare il nemico: allora, di fronte alla sfida virale, lo va a scovare nel cinese o nel francese, nello stato o nell’Europa, nella sanità o nel sistema,  nel complotto o nel vicino di casa che appare come non conforme, poiché la guerra pone l’uno contro l’altro. Noi, probabilmente per banale consuetudine, cadiamo in queste trappole proprio quando il reale ci chiede con urgenza interconnessione e collaborazione, prossimità emotiva e compassione, proprio quando la condizione attuale ci chiede con forza  coesione il nostro evocare scenari di guerra spinge i pensieri verso la frattura e la contrapposizione, ancora una volta ci precipita nella consueta caccia alle streghe.

          Fare continuo riferimento all’immaginario di guerra, come sta accadendo in tutti i diversi canali dell’informazione, usare diffusamente le parole della guerra (nemico, attacco, battaglia, bomba, prima linea, fronte, eroe, coprifuoco) forse è inopportuno quando vogliamo sostenere i soggetti disorientati nella loro dimensione di massa, persone terrorizzate dal rischio e cadute in uno stato di panico di fronte all’assoluta incertezza.

          Promuovere atteggiamenti mentali responsabili e comportamenti consoni all’emergenza globale in atto, parlare di cure, riconoscere chi si prende  cura, esprimere il bisogno condiviso di prendersi cura ha bisogno di parole capaci di non scatenare il senso d’impotenza, abbiamo bisogno di parole che ci tutelino dalla disperazione che incontriamo nella confusione generata delle immagini di guerra.

          Le immagini di guerra non rassicurano, non stimolano la ragionevolezza, non alimentano la sana ragione; l’immaginario di guerra promuove angoscia, inchioda nel senso d’impotenza tutti coloro  che non sono ben armati e immediatamente pronti a far fuori il nemico, le parole di guerra ci trascinano a forza in un immaginario di sangue, di morte, di abbandono, ci bloccano, lasciando al nostro pensiero la sola speranza di non essere colpiti, ci inchiodano alla malsana idea di fortuna e di deresponsabilizzazione. Le immagini di guerra sono metafore soffocanti che stringono il nodo del panico: mia madre, che un tempo ha vissuto la guerra vera e ora ha perso una puntuale capacità di astrazione, quando sente le parole di guerra si dispera, credendo che la narrazione che sta ascoltando sia la realtà, rivive tragicamente, attraverso quelle parole, le sue angoscianti memoria del “tempo di guerra”, proprio come se fosse il presente. Tra i più fragili le parole di guerra provocano disagio, malessere, disperazione.

          La paura, o meglio il panico, di fronte alla minaccia e al senso d’impotenza ci rende “dementi”, travolti da emozioni non regolabili, fissati in pensieri paranoici a caccia di colpevoli e complotti, alla rincorsa di maniacali  rituali che ci intossicano con la ripetizione del gesto, così facilmente ci abbandoniamo all’abuso nel “fare la scorta” o alla dismisura nel “fare la corsa” in tutte le più svariate forme.

          Siamo di fronte a una questione di salute, ci ritroviamo immersi in una questione naturale, abbiamo l’urgenza del cooperare, viviamo l’assoluta interdipendenza e parliamo di guerra.

          La natura è semplicemente naturale, meravigliosa e terribile, mai nemica di se stessa, mai immobile, mai eterna: penso che oggi servano parole per comprendere, silenzi per ascoltare, addirittura parole nuove per raccontare quello che non abbiamo mai vissuto prima, forse vecchie parole rubate a cose completamente diverse oggi sono confuse  e asfissianti. Forse ci servono metafore diverse da quelle abusate che si rifanno all’immaginario guerresco.

          Se è vero, così come appare, che la natura è equilibrio forse il piccolo virus può insegnare, a noi grandi costruttori di squilibri, che il nostro viaggiare non implica necessariamente l’arrivare ma, soprattutto, il saper fare ritorno, e noi, affaccendati umani, sapremo come fare ritorno alla nostra quotidianità, alla nostra libertà: tutto sarà cambiato, o meglio ora tutto è davvero cambiato, ora, noi umani, siamo nuovi abitanti di una nuova  epoca.

          Forse la metafora attraverso cui guardare il virus potrebbe essere quella di vedere nella nuova “corona” il messaggio, terribile, che ci impone l’arresto per preparare l’avvento della micidiale crisi che accompagna il balzo epocale . La metafora possibile è nell’immagine del respirare: correre a perdifiato, non avere fiato per dare parola al soffio dell’anima. Il virus  necessita di processi che si dispiegano in tempi non virtuali, la malattia è l’esito di un impatto, poi ci può essere adattamento e convivenza, regolazione tecnica, come la scoperta farmacologica, persino il ribaltamento, grazie al vaccino, dell’agente patogeno in agente immunologico.

          Quando è il tempo del “prendersi cura” ci servono parola garbate, forse un linguaggio di genere capace di stimolare la resistenza senza aver bisogno di parole distruttive o terrificanti immagini di “macello”. Alla volontà di prendersi cura servono parole ricche di una forza generativa, a volte, di fronte al dramma, serve una forza rigeneratrice: se il femminile è il genere più immune, meno colpito dal virus, probabilmente il suo linguaggio, più comprensivo che normativo, è quello più forte e più adatto alla sfida. Così il prepararci alla rinascita in un nuovo corpo sociale potrebbe richiederci una nuova  rêverie, uno sguardo trasognato che ci permetta di fantasticare e di accogliere il nuovo che muove i suoi primi passi.

          Questa crisi globale, questa sfida straordinaria, ci chiede di rivalutare il concetto d’interdipendenza, poiché ha reso estremamente evidente come la salute dell’uno determina la salute dell’altro; ci ha dimostrato la sconcertante attualità educativa del concetto di “capacità negativa”, il superamento della concezione performante per poter evolvere, in buona salute, nella condizione epocale di diffusa incertezza e di precarizzazione esistenziale.

Dario Gianoli, obiettore di coscienza.

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