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La normalità post Covid-19, tra distanziamento e digitale

La normalità post Covid-19, tra distanziamento e digitale - La cura di sé

La normalità nuova dopo il Covid-19 non potrà essere il ritorno al passato, se incapace di risolvere i problemi che l’emergenza ha segnalato. Dal distanziamento sociale agli strumenti digitali, servono soluzioni nuove. Sarà importante guardare all’efficienza dei risultati salvaguardando però le relazioni umane

 

di Angelo Perrone *

 

Il tessuto sociale, dopo il Covid-19, avrà bisogno di essere risanato in profondità e non basterà il fronteggiamento del virus, comunque lungo. La piccola buona notizia è che l’emergenza e la fase 2 potrebbero servirci a fare scelte oculate. Ne saremo capaci?

 

Il distanziamento sociale

 

La regola che governerà la nostra vita, per un tempo imprevedibile, sarà il distanziamento sociale. L’unica su cui si possa contare, perché non disponiamo d’altro. Un enunciato facile da applicare, se non ci fossero mille problemi, come è già evidente.

Basta poco per comprendere quanto sia “costoso” tutto questo. Difficile da realizzare senza investimenti e trasformazioni. Alternare i posti nei treni o sugli aerei significa aumentare i mezzi e il numero dei viaggi; far entrare le persone senza assembramenti comporta lo stravolgimento degli orari di entrata/uscita e di durata del lavoro, quindi modifiche degli spazi e assunzione di altro personale.

Lo stesso criterio della distanza può richiedere interventi fisici, non solo organizzativi-normativi. La creazione di barriere tra le persone, in contrasto con la tendenza naturale all’avvicinamento fisico.

 

Il digitale e la dimensione collettiva

 

L’altra risposta al virus, oltre la distanza, è il potenziamento del digitale. Sostitutiva o integrativa  della distanza. Il digitale è uno scenario altrettanto generalizzato. Ipotizzabile in qualsiasi campo, ma irrealizzabile nelle attività che esigono il contatto diretto. O sconsigliabile per le conseguenze politiche, come avvenuto in Cina.

E’ stato inevitabile il digitale, data l’impossibilità di muoversi, di recarsi in fabbrica, nelle scuole, in ufficio. Ecco, lo smart working che d’un colpo inverte la retorica del coworking, della condivisione di tutto, dai mezzi di trasporto alle abitazioni. Oppure le lezioni scolastiche da remoto, che ugualmente tengono in contatto studenti e insegnanti. Certo non una soluzione a portata di mano, anzi fonte di accentuazione delle diseguaglianze sociali, le famiglie disagiate non dispongono di connessione e computer.

Le novità in materia di distanze e di digitale vanno oltre l’emergenza, sono un’anticipazione del futuro. Introducono cambiamenti così forti da prefigurare nuovi modelli di relazioni umane. Varrà la pena mantenerle? Tutte queste innovazioni non sono necessariamente peggiori, neanche sicuramente migliori. Sarà importante esplorarle, valutarne portata e incidenza, senza pregiudizi, ma con senso critico.

Probabilmente non ci sarà una risposta unica che valga sempre, e si dovrà scegliere caso per caso, magari vedendole alla prova in tempi meno confusi. Che differenza c’è tra il lavoro svolto a distanza e quello a contatto di gomito? Tra la frequentazione scolastica e le lezioni via chat? Tra il processo da remoto e quello con la presenza fisica ravvicinata di tutti? Tra la seduta terapeutica via web e quella “normale”?

Il ricorso al digitale scardina il pilastro sul quale sono costruite tante attività umane, si direbbe il setting, la “cornice” entro cui si svolgono e che alla fine le caratterizzano: ambienti, orari, appuntamenti, modalità di comportamento, regole di interazione personale. Non c’è più l’ufficio con le scrivanie e gli impiegati a scambiarsi informazioni. Ed impressioni. Si fa a meno dell’aula scolastica, dove gli studenti interagiscono con gli insegnanti. L’udienza processuale assume una dimensione virtuale, accentua l’aspetto funzionale rispetto a quello fisico.

Nel mondo digitale, manca la dimensione collettiva del lavoro, si attenua per la distanza il senso di appartenenza, difettano le declinazioni del contatto diretto.

 

Il contesto sociale

 

La domanda cruciale anche per il futuro sarà: quanto la mancanza di questo contesto incide realmente sul risultato del lavoro? E quali aspetti collaterali sono ugualmente determinanti? Pensiamo alla soddisfazione nello svolgimento di un compito, al riconoscimento sociale, in una parola alla “motivazione” del singolo contributo.

La parola “cornice” ha i suoi limiti. Ce ne rendiamo conto per esempio nello svago, nelle attività culturali. Non è la stessa cosa fare ginnastica in casa o frequentare una palestra dove incontrare amici ed appassionati. Ascoltare musica nella stanza o farsi un tour virtuale in un museo non equivale a recarsi ad un concerto, ad entrare in un museo.

Di certo, vanno rimosse le sedimentazioni. Non ce le possiamo permettere in una società che non potrà tornare alla normalità senza soluzioni nuove. Ci sono tendenze conservatrici specie nelle attività di lunga tradizione. Resistenze che non permettono di vedere altro che non sia ciò a cui siamo più abituati. Del passato, manteniamo solo l’irrinunciabile.

 

Le soluzioni “caso per caso”

 

Le forme delle attività sociali vanno valutate per la loro efficacia non meno che per la capacità di preservare aspetti identitari importanti per il singolo.

Così, solo per fare degli esempi, non potremmo immaginare la Scuola di Barbiana, creata da don Lorenzo Milani, senza l’incontro personale di alunni e maestro, assunto a modello di vita oltre che di insegnamento. Del resto la scuola è sempre formazione e non solo apprendimento, dunque esperienza che necessita della presenza fisica e del contatto diretto.

Tuttavia, è altrettanto vero che, nello stesso lavoro scolastico, ci sono momenti di studio assolutamente individuali che non richiedono questo rapporto stretto, anzi persino lo sconsigliano, perché necessitano di isolamento e concentrazione.

Una valutazione priva di pregiudizi dovrebbe servire anche a superare le rigidità che si sono manifestate nella giustizia per lo svolgimento dei processi da remoto. Sono state formulate critiche prive di aderenza alla realtà, e del resto non nuove.

Ebbene, a parte l’impossibilità di fronteggiare diversamente l’emergenza, basterebbe riflettere che il “principio di immediatezza” (di cui si è lamentata la violazione) ha un significato temporale, che è garantito dal digitale. Allude alla relazione tra un soggetto (gli operatori di giustizia) e un oggetto (le prove che si formano) e richiede che le attività si svolgano nello stesso tempo (non necessariamente nel medesimo luogo fisico) con la possibilità di interagire, immediatamente e in modo completo. Cosa che appunto accade, con l’audio e il video: ogni circostanza della comunicazione, verbale o meno, è rilevabile integralmente e subito esaminabile e contestabile.

 

L’approccio senza pregiudizi

 

Sono soltanto esempi, nella scuola e nella giustizia, che in campi tanto importanti riflettono il medesimo problema, la necessità di un approccio senza sovrastrutture ideologiche. Troppo spesso sono soltanto le consuetudini ad impedire di sperimentare strade più efficaci, valutando in modo concreto gli effettivi risultati. Valutiamo in concreto quali soluzione praticare per il futuro.

L’emergenza ci ha costretti a ripensare le forme tradizionali di lavoro, e persino gli stili di vita. Il ritorno alla normalità non potrà non tenerne conto, anzi ci impone d’essere aperti ad ogni soluzione, se fattibile e meritevole. Occorre però saper lasciare da parte il vecchio che ha ormai perso valore e riuscire a dare spazio al nuovo più efficace.

 

* Angelo Perrone, giurista, è stato pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha collaborato e collabora con testate cartacee (La Nazione, Il Tirreno) e on line (La Voce di New York, Critica Liberale). Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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