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L'Italia sul balcone

L'Italia sul balcone - La cura di sé
 
I balconi d’Italia hanno cambiato aspetto: musica, striscioni, lenzuola, bandiere. Tutto per raccontare la stessa voglia di contrastare il coronavirus, ora che si è reclusi in casa, e la convinzione di farcela. Sentendosi uniti e vicini, anche se ognuno a casa propria
 
di Angelo Perrone *
 
Hanno cambiato aspetto per un giorno, trasformandosi da accessori anonimi delle nostre abitazioni in altro. I balconi dei palazzi italiani sono cambiati di colpo. E’ avvenuto un giorno di marzo, ad un’ora prestabilita. E da lì, da quel momento, si è andati avanti per un po’, spontaneamente. Chissà come si è sparsa la voce, come è nata l’iniziativa, chi ha avuto l’idea. Non importa. 
Sono diventati per un momento, i nostri balconi, il luogo in cui esprimere tante cose. E farlo pubblicamente, davanti a tutti. Ciascuno aveva le sue ragioni. Aveva letto il decreto del governo che ordinava il “tutti a casa” e aveva obbedito. Stavolta almeno, zitti. Senza fiatare, senza borbottare. Qualcuno ci aveva anche pensato in anticipo. Qualcun altro ora chiede misure più rigide, figurarsi.
Dunque i rintanati in casa per decreto, non per volontà propria, sono usciti in quegli spazi, angusti, oppure no. Stiamo insieme anche se distanti. Facciamoci coraggio l’un l’altro. C’era una parola d’ordine in tutta Italia, il flash mob, ora si chiama così quando si decide di fare una cosa tutti insieme, allo stesso momento. Ed è accaduto ovunque nel paese, non c’era differenza tra il nord e il sud. E loro, i rintanati, si sono sfogati. Anzi sfogarsi non è proprio la parola giusta. Piuttosto, per dire: noi ci siamo, eccoci.
Vogliamo dirvi perché lo facciamo, perché abbiamo accettato di buon grado di stare tutti qui dentro in casa rinunciando alle nostre passeggiate, alle chiacchiere in giro, al caffè lungo di prima mattina con il barista all’angolo. Quando siamo liberi dal lavoro. E a tante altre cose, che per semplicità non stiamo a specificare. Rischiando anche di litigare di più in famiglia, date le condizioni da reclusi, tutti appiccicati nelle stanze, che nemmeno in carcere, cose che non ci saremmo mai aspettati. Tutto questo non ci ha fatto paura. Siamo stati zitti. Finora. Ora vogliamo dirvi due parole. Non per protestare, lo ribadiamo.
Per esprimere piuttosto qualcosa di noi con semplicità e dignità. Anche con la fantasia che a volte accompagna un certo sentimento popolare. Non siamo per questo italiani? I bambini – senza essere pungolati dai genitori - hanno creato cartelli, dipinto lenzuola, con disegni multicolori: cuori, arcobaleni, e soprattutto parole. Annunciano una condizione “io sto a casa”, che pare un sopruso triste, specie per chi, come i più piccoli, ha bisogno fisiologico di muoversi tanto, fare sport, ma che vuole essere assolutamente altro. Un bisogno, una scelta. Anche un augurio, che infatti appare subito dopo: “Tutti insieme ce la faremo”.
Gli adulti, spesso anziani, hanno mostrato sorrisi, come se non soffrissero di rimanere segregati tra le mura domestiche, senza il saluto della portinaia, le quattro chiacchiere al giorno – questo passa il convento – con il verduraio di zona, o il vicino incontrato sulle scale. Spazi di libertà per sentirsi ancora vivi, ora che si sono diradati i rapporti sociali, le occasioni di incontro.
Alcuni hanno tirano fuori la bandiera, è anche questo il momento per farlo, è solo un pezzo di stoffa ma per dire tutto quello che abbiamo dentro in questo momento: per una volta possiamo lasciare da parte litigi, meschinità, cattiverie che abbrutiscono la vita civile, e pensare che siamo tutti nella stessa barca, ce la possiamo fare se siamo uniti, come quella bandiera suggerisce.
Poi tanta musica. Ognuno a suo modo, anche imperfetto e stravagante. Musica cantata e suonata. I musicisti suonano con la consueta maestria i loro amati strumenti, la viola, la tromba, affacciandosi sulle strade. Le mamme, non avendo altro, usano coperchi e mestoli, chissà se per imitare qualche melodia o a caso. I ragazzi di colpo si riappropriano delle canzoni della nostra giovinezza. Hanno sempre un perché certi motivi “storici” della canzone italiana. Da Azzurro a Che sarà, a Napul’è, a Volare. Tanti vanno sul classico spinto, il Nabucco di Verdi  e soprattutto l’inno di Mameli.
Ecco, di colpo, si passa dalla paura del coronavirus al ricordo dell’oppressore storico che calpestava la nostra libertà. E si frapponeva al sogno dell’Italia unita. Un bel salto di epoche e di problematiche. Si avverte che quelle note musicali vanno bene anche in questa circostanza, e non solo per le partite di calcio o le ricorrenze ufficiali.
Sono adatte per esprimere uno stato d’animo, un desiderio di riscatto e di resistenza, che non ha limiti di tempo, non è confinato ad un periodo storico, ed è buono anche oggi. Perché serve qualunque siano il pericolo e l’ostacolo da superare. È valido sempre il richiamo alla solidarietà e alla comunione di intenti, anche ora, che il nemico è così subdolo e ingannevole. Lui, quell’ostile avversario ha pensato di sorprenderci con la sua baldanza insidiosa, ma non ce la farà.
 
* Dirige Pagine letterarie, rivista di cultura, arte, fotografia 
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